Eventi

 

16 maggio 2019

Museo del Costume, Nuoro

All’interno del programma previsto per la mostra su Giovanni Antonio Sulas, si tenuto il concerto di Valentina Satta e Jacopo Tore che hanno interpretato alcuni brani musicali di Priamo Gallisai, Giulio Caccini, Felice Doria e Handel. L’evento ha visto una attenta e nutrita partecipazione di pubblico.

https://youtu.be/kN0hipfIINo

 

 

Locandina della mostra su Giovanni Antonio Sulas

3 maggio 2019

Museo del Costume, Nuoro

Inaugurazione della mostra “Giovanni Antonio Sulas. Dalla pittura al design per la moda, dal cinema agli arredi per Karim Aga Khan e Su Gologone” a cura di Cecilia Mariani.

L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Giovanni Antonio Sulas, vuole far conoscere a un pubblico più ampio il percorso artistico dell’intellettuale nuorese e, in particolare,  l’esistenza delle borse di studio da lui volute per promuovere il proseguimento del percorso di formazione da parte di studenti particolarmente meritevoli e bisognosi di un sostegno economico.
L’occasione vuole essere di stimolo per i ragazzi delle scuole superiori e per gli universitari, residenti nella provincia di Nuoro, affinché presentino alla Fondazione progetti di ricerca o proposte riguardanti il perfezionamento del proprio curriculum.

L’esposizione ha come fulcro la figura del Sulas artista, fortemente caratterizzata da una creatività poliedrica che, nel corso degli anni, si è espressa negli ambiti più disparati.
Il titolo dell’evento evidenzia da sé questa sua capacità di spaziare dalla pittura alla progettazione di arredi e tessuti, dallo studio delle forme della tradizione locale al loro utilizzo in contesti decisamente contemporanei.
L’esposizione, curata da Cecilia Mariani, vuole essere lo specchio della storia di questo artista così versatile, evidenziando le tematiche dei suoi dipinti accanto ad alcuni pezzi di arredo di sua ideazione e alla documentazione inerente il lavoro di consulenza da lui svolto per il “Progetto Sardegna” e  per l’allestimento degli interni dei primi hotel della Costa Smeralda voluti da Karim Aga Khan e di Su Gologone a Oliena.
Un excursus che permetterà al visitatore di immergersi in un’atmosfera armoniosa e coerente, nell’intimità dei suoi fiori e delle sue nature morte come nella solitudine assolata dei suoi paesaggi. Un mood che si
estende dal design dei mobili ai bellissimi ricami per le tomaie di scarpe, borse, scialli e cuscini.
La Fondazione Sulas ha voluto coinvolgere nel progetto gli studenti del Liceo artistico “Francesco Ciusa” di Nuoro in un lavoro di rielaborazione della produzione di Sulas, i cui esiti saranno esposti in una sezione a sé stante grazie anche al coinvolgimento del Fab lab Make in Nuoro, che ha realizzato alcuni dei modelli concepiti.
L’evento, che gode del patrocinio dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione Sarda, dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico, della Fondazione del Banco di Sardegna, della Camera di Commercio di Nuoro e dell’Amministrazione comunale della città, è stato coordinato e allestito dalla società Eikon di Nuoro. La mostra vede anche il contributo dell’Ente Musicale di Nuoro.

Preparazione della mostra

Immagini della mostra su Giovanni Antonio Sulas

 

12 dicembre 2018

Palazzo D’Usini Sassari

Inaugurazione della mostra “Appena svegli, ma anche più tardi” di Cenzo Cocca a cura di Stefano Resmini.

[ dalla presentazione della mostra]

Cenzo Cocca, grazie alla borsa di studio a lui assegnata, dalla Fondazione Giovanni Antonio Sulas di Nuoro, con l’estro dell’artista-artigiano, ha di fatto tessuto una biografia dello stimato Professore nuorese, utilizzando il filo. Non con le parole, ma  con l’ago e il filo, ha “disegnato” sulle camicie della sartoria Pinu di Nuoro, la famiglia di Giovanni Antonio Sulas. Camicie come sudario di una vita. Indumento, forse il più intimo, che si impregna di sudore e di umore, che si popola dei visi e delle sembianze di tutte quelle persone che hanno attraversato anche solo idealmente, la prolifica vita del Professor Sulas. Ed ecco Biasi, Ciusa Romagna, la signora Pasqua Palimodde, un allievo ideale, De Pisis, i tratti di un pensieroso Pier Paolo Pasolini e tanti altri ancora. …

14 giugno 2018

Auditorium del Museo Etnografico

Presentazione del volume monografico “Giovanni Antonio Sulas” di Cecilia Mariani edizioni Eikon

Testo di presentazione del volume di Anna Saderi

È bella ed interessante questa pubblicazione, come del resto affascinanti sono la vita, l’opera e l’artista che il libro rappresenta, o, forse, è proprio in virtù di questo che è così apprezzabile!

È elegante nella sua veste di copertina, curata e raffinata nella grafica, sensibile, colta e sentita nei testi, mai banali, espressiva nelle fotografie che ci restituiscono, e fissano per sempre (ce n’era bisogno dopo tanto silenzio!) l’intensità della vita di Giovannantonio Sulas, spesa per una grande passione: l’arte; l’arte declinata in quasi tutte le sue manifestazioni e differenti linguaggi estetici, dalla pittura all’arredamento, dall’architettura al design, dalla collaborazione con il cinema e la televisione alla moda. Parlare di questo libro sembra dunque quasi superfluo o, perlomeno, passibile di diminuzione della ricchezza di spunti che lo caratterizzano. Basta sfogliarlo d’altronde per capire che si autogiustifica; è sufficiente scorrere anche solo velocemente le sottolineature presenti nelle didascalie che corredano le 311 immagini, scritte da Cecilia Mariani con la stessa cura dei testi, per cogliere lo spirito dominante del volume. Emerge con chiarezza il desiderio dell’autrice di approfondire non soltanto la figura dell’artista e il suo sodalizio con i grandi contemporanei, ma la necessità di indagarne anche l’attività per capire l’uomo e le sue profonde relazioni umane. Cecilia Mariani è riuscita a scolpire la figura di prof. Sulas a tutto tondo, attraverso una ricerca puntuale e rigorosa dei documenti, delle opere e delle testimonianze, ci ha restituito l’immagine di un uomo moderno che, grazie alla sua intelligente curiosità e ai poliedrici interessi, è stato un perfetto interprete del suo tempo, custode di un’identità che sapeva in pericolo ma sempre con lo sguardo rivolto avanti di chi non ha paura di sperimentare. Ricerca certo non facile per i motivi che saranno raccontati bene dall’autrice, la quale, comunque, con acribìa ha perseguito il suo scopo, con scrupolo ha riordinato i materiali e con sapienza di scrittura ci ha infine fornito il tutto in un organico disegno. Rappresenta pertanto questa ricerca un indispensabile riferimento, un necessario punto di partenza per chiunque voglia proseguire lo studio del nostro artista o solo approfondirne alcuni aspetti.
Sembrerebbe superfluo, dicevo, parlarne, ma è doveroso che io lo faccia per alcuni ordini di motivi: innanzitutto il rispetto dovuto a Giovannantonio Sulas artista e figura significativa del panorama culturale sardo e non solo sardo, quindi, mi sia consentita una nota personale privata, per la riconoscenza che nutro nei suoi confronti non tanto per l’affetto dimostratomi in diverse occasioni, ma soprattutto per la cordialità dimostrata a mio padre, uomo riservato e non facile alle amicizie, infine, e in modo particolare, per la stima che nutro verso Cecilia Mariani e per l’apprezzamento sincero verso il lavoro fatto con questa bella pubblicazione. Lo faccio con la consapevolezza assoluta di non essere una specialista della materia e la dichiarazione della difficoltà che ciò può aver rappresentato per dare senso e ordine alle mie riflessioni, ma per fortuna la chiarezza con cui i risultati della ricerca sono stati esposti ed organizzati ha facilitato il mio lavoro. Non cercherò pertanto di esprimere concetti o pensieri che non mi appartengono, non è mia abitudine del resto, dirò invece, con la certezza di aver letto con accuratezza il libro, quali riflessioni mi ha provocato.
Il libro, un corposo volume di 334 pagine con 311 fotografie, dopo le brevi prefazioni di Michele Ciacciofera e di Cecilia Mariani e una necessaria introduzione, sempre dell’autrice, che illustra a grandi linee la persona\artista Giovannantonio Sulas e l’organizzazione stessa del volume, è diviso in 4 capitoli, che in ordine riguardano: il primo, il Sulas pittore, il secondo, il suo rapporto con il cinema e la televisione, il terzo, l’avventura dell’artigianato e il suo lavoro con ESVAM, OECE, ISOLA e quindi il quarto che racconta del Sulas arredatore tra spazio pubblico e privato. C’è infine una postilla sul ruolo che Giovannantonio Sulas ebbe nel Comitato esecutivo per le onoranze funebri a Grazia Deledda quando fu traslato il corpo nella chiesetta della Solitudine. Gli apparati biografici, bibliografici e documentali e le note chiudono il volume e devo dire che, per i particolari che riportano, sono interessanti quanto i testi stessi. Le mie riflessioni per economia di organizzazione si limiteranno ad alcune considerazioni sul terzo capitolo, quello sull’artigianato. Spiegherò il perché della scelta. In questi ultimi anni, complici alcune fondamentali letture e le delusioni etico-politiche che mi rendono poco riconoscibile il mondo attuale, ho maturato la convinzione che un ritorno alla cultura materiale (intendo con ciò la capacità del saper fare qualcosa dall’inizio alla fine, della possibilità di esprimere se stessi nel campo di privilegio scelto) possa rappresentare l’ancora di salvezza per il nostro mondo che è a rischio, non solo sotto il profilo ambientale, ma anche, o forse soprattutto, sociale e umano. Gunther Anders, uno dei pensatori più interessanti, radicali e provocatori del ‘900, nel suo libro più importante “L’uomo è antiquato” parla di una sorta di apocalisse in atto e sostiene la cecità dell’uomo contemporaneo nel rendersene conto. In quest’era esasperatamente indirizzata in senso tecnologico, in cui lo stretto binomio produzione-consumo ha privato la società di radici e l’ha resa moralmente indifferente (questi giorni ne siamo ulteriormente testimoni), Anders ammonisce l’uomo contemporaneo a ripensarsi per categorie differenti, recuperando tutte le sue dimensioni antropologiche che lo realizzano. L’artigianato, così come la musica e tutte le altre arti, è sicuramente una di queste dimensioni. D’altronde gli ateniesi ritenevano che tutti, dal calzolaio al politico, se animati dalla curiosità di sapere e amanti del bello (che non significa solo fruitori del bello, ma produttori di qualcosa di utile e bello per la propria comunità), potevano essere considerati philosofountes. Filosofi in questa accezione del termine non sono i teorici di pensiero astratto, estranei alla realtà, ma coloro che rendono il pensiero e le idee generativi di scelte lungimiranti. Nel leggere questo bel capitolo e nel vedere le immagini di quanto hanno realizzato le artigiane e gli artigiani grazie alla sapienza tramandata e alla guida e la visionarietà di prof. Sulas, credo si possa affermare che anche loro sono da annoverare tra i filosofi della vita. Saper fare bene le cose per il proprio piacere e per l’utilità collettiva dovrebbe di nuovo essere la nostra regola di vita, una regola semplice e rigorosa che da sempre ha consentito lo sviluppo di tecniche raffinatissime e la cultura del bello. L’elaborazione teorica, la conoscenza materiale e l’abilità manuale funzionano rinforzandosi a vicenda in una sinergia tra teoria e pratica, che non soltanto creano l’utile e il meraviglioso, ma soprattutto aiutano a creare una società più giusta e a misura d’uomo. Diceva Maria Lai: “Soltanto l’arte credo possa aprire la strada per ricollegare quest’isola al mondo”, io chioserei la frase aggiungendo che l’arte può anche ricollegare al mondo il senso di umanità, che pare affievolirsi sempre più. Chiedo scusa per questa digressione. L’ho ritenuto necessaria non solo per motivare la scelta del capitolo, come ho detto prima, ma per sottolineare come forse dovremmo recuperare anche noi tutti un po’ di quella dimensione. Non credo che questa sia una visione utopica, romantica o peggio antistorica, ma, al contrario una via d’uscita dalle strettoie cui una esasperata tecnologia ci costringe, alienandoci dalla natura stessa del mondo, snaturando i significati stessi della materia che sulla base di una sapienza millenaria l’umanità ha usato, manipolato, plasmato per costruzioni utili oppure trasfigurato attraverso simbolismi e mitologie in nuove forme e creazioni emotive. Non è neppure una visione antimodernista, al contrario è proprio il punto di vista necessario per salvare la modernità (nel senso etimologico del termine la parola moderno viene da modus misura limite, cioè restituire la misura delle cose). In questo libro, se lo leggiamo con attenzione, ce n’è la prova. Infatti, se esaminiamo i manufatti che nel volume sono ben rappresentati ed egregiamente spiegati dai puntuali e sapienti testi di Cecilia Mariani, ci rendiamo conto di come gli interventi di modifiche e variazioni apportate da prof. Sulas all’oggetto originario siano elementi che si inseriscono perfettamente nel preesistente senza contrastare o interrompere la connotazione che fa di quell’oggetto un prodotto dalla chiara riconoscibilità identitaria. Quindi c’è nei manufatti un’assoluta modernità che consiste proprio nella salvaguardia della tradizionale funzionalità interpretata con nuove armonie cromatiche e figurative nel totale rispetto dei codici estetici e delle pratiche sociali cui erano adibiti. Ci racconta l’autrice che, nonostante le sollecitazioni dei committenti internazionali per produzioni seriali da consegnare in tempi compatibili con le esigenze del mercato, prof. Sulas fu sempre, anche se talvolta “giudice severo”, un ottimo mediatore con le maestranze artigiane cui si rivolgeva, senza mai perdere di vista le loro necessità e i loro interessi e, con “generosità tutta umana” (sono parole di Cecilia Mariani), capace di risolvere sia i problemi tecnici sia i disguidi di varia natura. Il compito evidentemente non era affatto semplice, bisognava fare sintesi, creare armonia tra lo sguardo esterno sempre a rischio di richiesta di un prodotto folkloristico e la necessità di uno stile che unisse la modernità e la commerciabilità conservando però all’oggetto la sua tipicità sarda riconoscibile. Infatti l’intermediazione di prof. Sulas, anch’egli convinto interprete con gli altri grandi protagonisti quali Eugenio Tavolara e Ubaldo Badas del clima di rinnovamento artistico in atto in Sardegna tra gli anni ‘50\’60, avvenne senza mai tradire la cultura popolare e quella verità sapienziale che era alla base delle produzioni stesse. Cecilia Mariani racconta con chiarezza e con precisione di riferimenti documentali i rapporti costanti di collaborazione, talvolta anche faticosi, che prof. Sulas aveva con i vari Enti regionali (l’ESVAM, l’ente sardo di valorizzazione dell’artigianato e della moda, e l’ISOLA che assimilò l’operato dell’ESVAM acquisendone i modelli) ed europei (l’OECE l’organizzazione per la cooperazione economica europea che aveva “il compito di distribuire i fondi del piano Marshall per incoraggiare la ripresa economica delle aeree più depresse dopo il secondo conflitto mondiale”) e soprattutto con i grandi committenti, quali Salvatore Ferragamo, marchio di punta fiorentino (un paio di scarpe con la tomaia floreale ricamata su disegni di Sulas dalle artigiane di Oliena è conservata al Metropolitan di NY) e con gli americani Antell, Levine, che a loro volta producevano per le grandi distribuzioni quali Neiman Marcus, Gimbel Brothers, Bloomingdale’s. Enti e committenti che vedevano in Sulas non solo un mediatore con le maestranze locali, ma il consulente artistico capace di supervisione, organizzazione e nuove ideazioni di motivi decorativi. Riesce la nostra bravissima autrice a rendere interessante e affascinante anche la lettura di queste pagine ricche di notazioni sugli ordini da eseguire, di elenchi di modelli da proporre, di scambi di missive sui tempi di consegna e sui prezzi da proporre etc.; la sua scrittura infatti è puntellata di considerazioni che partendo dal particolare allargano lo sguardo al generale e ci offrono un quadro d’insieme appassionante. La narrazione scorre quasi come in un romanzo; segue una traccia temporale di viaggi e di incontri, quindi inserisce le descrizioni puntuali dei disegni con le relative spiegazioni dei riferimenti pittorici e culturali, o ancora le precisazioni sui tipi di materiali e le loro difficoltà d’uso nel ricamo (parlo in questo caso delle famose tomaie). Insomma costruisce un racconto che pian piano si dipana e, come nelle migliori tradizioni narrative, stimola il desiderio di continuare la lettura per capire ancora meglio. Non era facile raccogliere in un discorso d’insieme strutturato e armonico le riflessioni e le notizie tratte ora da documenti, note, appunti, ora da fotografie e testimonianze, ora ancora dall’osservazione di disegni, schizzi e quadri, o infine dall’analisi dei complementi d’arredo e altri oggetti vari attinenti la moda . Cecilia Mariani c’è riuscita alternando i momenti di racconto alla documentazione, l’analisi della storia alla descrizione dei manufatti e dei quadri, dimostrando quindi di avere una padronanza notevole della scrittura e dei suoi meccanismi comunicativi e ottenendo un risultato dalla lettura agevole e piacevole allo stesso tempo. Un contributo importante alla riuscita, naturalmente, è stato dato dagli editori che sono i responsabili del progetto grafico, dell’impaginazione e dall’ accurato editing. La discriminante tra una cosa ben riuscita ed una mediocre sta proprio nella cura di tutti i particolari e, ad oggetto finito, nella capacità che esso ha di trasmettere suggestioni, sensazioni, emozioni; in una parola curiosità e interesse. Per quanto mi riguarda lo scopo è raggiunto. L’aspetto principale che emerge, l’impressione che rimane alla fine dalla lettura e dalla visione delle fotografie presenti nel volume, a mio avviso, è un senso appagante di bellezza. Non la bellezza, però, come mero fatto estetico, solipsistico e sterile, ma come emozione dal valore anche etico. “La bellezza salverà il mondo”, afferma il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij, attribuendo a questa espressione una valenza non solo estetica ma soprattutto morale, che risiede cioè nella ricerca della bellezza nella condivisione umana. È la possibilità della bellezza e dell’arte di condurre alla conoscenza, alle radici dello spirito, all’unica condizione per il mondo di riscattarsi dalla volgarità imperante che ha ridotto tutto, bellezza compresa, a merce e consumo. Mi pare che nell’opera di prof. Sulas proprio la bellezza come dimensione centrale legata all’azione umana del produrre per la comunità, del lasciare un segno di sé utile a tutti, sia costantemente presente, e questo soprattutto nel manufatto artigianale. Anche per questa dimensione etica, oltre che come doveroso tributo all’artista, mi pare che il libro che oggi stiamo presentando sia degno di attenta lettura da parte di tutti, in modo particolare dai nuoresi che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo.

11 aprile 2014

Auditorium del Museo Etnografico

Concerto in memoria del prof. Sulas in occasione della consegna delle borse di studio dell’anno 2013-’14.

Testo introduttivo di Giacomo Mannironi

Buonasera e benvenuti.

Soltanto alcune parole per presentarvi le ragioni della serata di oggi, gli scopi della fondazione che l’ha organizzata, ma soprattutto la storia dell’uomo che ha voluto tutto questo, Giovanni Antonio Sulas. Alcune delle persone presenti lo conoscevano di persona, e già sanno chi era, e magari anche che cosa aveva fatto nella sua vita. Però è possibile che altre, e in particolare le giovani e i giovani qui presenti, non abbiano avuto modo di conoscerlo, o di sapere chi fosse. A loro, soprattutto a loro, è rivolto questo racconto. Che sarà sobrio, e breve, per rispetto a Sulas, che di certo non amava le celebrazioni e i “grandi eventi”, specie quelli che dovessero riguardarlo.

Chi era Giovanni Antonio Sulas? Quasi tutti a Nuoro lo chiamavano il professore, perché molti lo avevano avuto come docente di educazione artistica alle scuole medie. Beh, diciamo che questa attività, che portò avanti per tanti e tanti anni della sua vita, è certamente quella per cui era più conosciuto a Nuoro. Eppure la storia di questo professore, vissuto quasi sempre qui in città, è stranamente e meravigliosamente internazionale, e a tratti romanzesca. Nella sua vita si incontrano cinema, televisione, il New Yorker e l’Harper Bazar, e perfino un principe straniero.

Giovanni Antonio Sulas era nato a Nuoro nel 1911. Rimasto orfano in tenera età, era stato cresciuto insieme alla sorella Mariangela dalla nonna materna. Nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, grazie al precoce talento che aveva dimostrato, Sulas riuscì a conseguire la licenza di Belle Arti in un istituto artistico di Roma. Tornato a Nuoro, aveva iniziato quasi subito a insegnare alla scuola media.

Aveva anche cominciato molto presto a dipingere, entrando in contatto con altri artisti sardi. Ad esempio, ricordava spesso i periodi estivi a Oliena in compagnia di Giuseppe Biasi, già artista rinomato, passati a dipingere insieme, cercando volti, costumi, e visioni genuine.

L’interesse di Sulas per l’arte però non si esaurisce nella pittura. A partite almeno dalla fine degli anni Quaranta, rivolge la sua attenzione all’artigianato. Sulas inizia a entrare in contatto con gli artigiani e le artigiane in Barbagia e nel resto dell’Isola. Non si limita a osservare o a utilizzare quello che fanno.

Quasi subito si mette a disegnare nuove forme per i loro prodotti. Con metodo straordinario riscopre e recupera le forme e i contenuti della tradizione e, a partire da quelli, ne inventa di nuovi.

Nel 1949-50, grazie a questa abilità, diventa consulente del regista Augusto Genina, arrivato in Barbagia per girare il film L’edera, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. Per il film cura le ambientazioni degli interni, gli arredi, gli attrezzi e i costumi indossati dagli attori. Ricoprirà poi un ruolo simile per lo sceneggiato televisivo Canne al vento, girato dalla RAI sempre in Barbagia alla fine degli anni Cinquanta.

Nel 1960 diventa consulente dell’Organizzazione economica europea, OECE. È l’agenzia che, al termine della seconda guerra mondiale, si occupa di distribuire i fondi del Piano Marshall. Qui nell’Isola l’organizzazione fece partire il “Progetto Sardegna”, volto a promuovere lo sviluppo locale attraverso la promozione delle produzioni esistenti. Sulas è il consulente artistico per la moda, lo sviluppo dei prodotti, la creazione di nuovi disegni, e segue la produzione dei centri di tessitura di Borore, Sedilo, Busachi, Samugheo, Oliena, Santo Lussurgiu e Flussio.

Qui arriviamo, senza accorgercene, a New York. Le tomaie disegnate da Sulas, fatte a mano dalle artigiane di Oliena, entrano nell’orbita della moda internazionale: uno dei committenti per esempio è Salvatore Ferragamo in Italia. Ma è soprattutto negli Stati Uniti che questi prodotti vengono richiesti: la catena americana di negozi Gimbel Brothers è uno dei clienti. Ma ci sono la Joseph Antel di Boston e la Herbert Levine di New York. Quest’ultima appartiene all’olimpo della produzione delle scarpe di lusso in America ed è famosa, tra l’altro, per il suo design innovativo (di solito firmato dalla fondatrice Beth Levine). Le tomaie fatte a Oliena finiscono pure sulle riviste patinate come il New Yorker e l’Harper Bazar, in pubblicità disegnate dal grandissimo illustratore Saul Steinberg.

Nel 1961, sempre a Oliena, Giovanni Antonio Sulas viene chiamato da Giuseppe Palimodde a trasformare un piccolo locale vicino alle sorgenti di Su Gologone in un ristorante. Sulas ha un ruolo determinante nella collocazione degli spazi, nella scelta degli arredi e dei materiali, negli accostamenti cromatici usati nello sviluppo di Su Gologone sin dalle sue origini. L’approccio usato è ancora quello che abbiamo visto in precedenza: reinventare uno stile a partire dalle forme e dagli stili della tradizione esistente, e a stretto contatto con le artigiane e gli artigiani locali.

Siamo arrivati al principe straniero. Nel 1963 viene chiamato dai collaboratori del Principe Karim Aga Khan per collaborare all’arredamento degli hotel e delle ville del nascente consorzio Costa Smeralda. Sulas collabora con gli architetti che lavorano per il Principe, soprattutto Michele Busiri Vici, Luigi Vietti, e il francese Jacques Cuelle (estroso inventore delle “case paesaggio”, amico di Picasso e Dalì).

Lo stile progettuale che usa è innovativo e inconfondibile: ai manufatti di altissima qualità fatti da artigiane e artigiani guidati con attenzione, associa pezzi di antiquariato europeo. A proposito dell’artigianato locale, Sulas raccontava di aver spesso discusso accanitamente, e alla fine vinto, con alcuni collaboratori del principe Aga Khan che avrebbero voluto spostare le produzioni dei manufatti fuori dalla Sardegna. È una resistenza che porta i suoi frutti in termini di lavoro per tante artigiane e artigiani sardi: lavorano per questo progetto tessitrici e ricamatrici, falegnami e tornitori da Samugheo a Oliena, da Nuoro a Flussio.

Sulas ha continuato per buona parte della sua vita ad arredare e a disegnare nuovi pezzi per altre case e altri committenti, accompagnando queste attività all’insegnamento e, naturalmente, alla pittura. Era rimasto in contatto con tantissimi artisti in Sardegna e fuori, oltre naturalmente alle artigiane e artigiani, antiquari e architetti.

Quello che rimane, ed è il compito più difficile, è cercare di descrivere la parte umana, non strettamente professionale di Giovanni Antonio Sulas. Eppure è necessario, perché è la ragione fondamentale per cui siamo qui oggi. Nato nel 1911 e vissuto quasi sempre a Nuoro, Sulas conosceva questa città e i suoi abitanti come pochi. Chi lo conosceva si ricorda probabilmente i pomeriggi d’inverno passati a sentire i suoi racconti della vecchia Nuoro, nello studio di via Angioj, e più tardi a casa sua in via Sulis, davanti al caminetto e a un bicchiere di rosato. È sempre un po’ strano quando senti descrivere persone e fatti che hai letto soltanto sul Giorno del Giudizio, dalla voce di qualcuno che li ha vissuti e conosciuti in prima persona. E Sulas era non solo un raccontatore straordinario, ma anche una persona che amava trasmettere le proprie conoscenze, e il proprio gusto agli altri, e specialmente ai giovani.

Ed eccola la ragione di stasera. I giovani. Sulas ne parlava spesso, e ci parlava spesso. Per molti – e non soltanto per chi ha poi intrapreso una carriera artistica – è stato una guida, un maestro di stile. Non immaginatevi un maestro per forza buono e accondiscendente. Era esigente, e sapeva anche fare il contropelo, se non era d’accordo con certe scelte, idee e comportamenti.

Da buon maestro (o professore) amava coltivare il talento negli altri. Sicuramente faceva anche parte della propria esperienza personale nonostante tutto (C’è un’espressione inglese che riassume molto bene la sua vicenda, ed è against all odds, che significa all’incirca sfidando ogni probabilità, o contro ogni probabilità. Orfano e povero, nato a Nuoro, era riuscito a fare quello che sognava, e a coltivare il proprio talento, a mandare le proprie cose a New York e in Costa Smeralda.

Giovanni Antonio Sulas credeva fermamente che con il talento e la determinazione si potessero raggiungere grandi risultati. E una cosa che lo faceva arrabbiare, più di altre, era vedere le persone sprecare il proprio dono, o vederlo soffocare per mancanza di volontà, o di mezzi. Spesso interveniva personalmente, con un aiuto concreto, per permettere a qualche giovane talento di perseguire i propri sogni e la propria vocazione, che non sarebbe riuscita o riuscito a compiere altrimenti. Against all odds.

Negli ultimi anni della sua lunga vita, cercò di escogitare un modo di continuare questa attività di mentore e di supporto al talento. Sono sicuro che volesse legare il proprio ricordo non a una via, o a una celebrazione particolare – si arrabbiava sempre quando gli si accennavano cose del genere – quanto piuttosto a un aiuto concreto, dato a che avesse bisogno di far crescere le proprie capacità.

È da questa volontà che nasce la Fondazione Giovanni Antonio Sulas Onlus. La Fondazione è attiva nel campo dell’istruzione, della formazione, della ricerca scientifica, della promozione di cultura e arte. In particolare le attività si concentrano sul supporto a favore di giovani residenti nella Provincia di Nuoro, che versano in condizioni svantaggiate. L’attività principale della Fondazione, che è giovanissima essendo stata istituita nel 2011, finora si è svolta attraverso le borse di studio. L’anno scorso sono state assegnate delle borse a giovani studentesse e studenti dell’Istituto d’Arte di Nuoro dell’ultimo anno, come supporto e aiuto per proseguire il loro percorso di formazione superiore.

Quest’anno, il premio va a supporto, tra gli altri, a due studenti che  sentiremo esibirsi sul palco, visto che hanno gentilmente prestato le loro mani – e il loro talento – questa sera.

A loro fa il più sincero in bocca al lupo, e gli auguri di proseguire nel migliore dei modi la loro carriera, e ancor più importante, la loro vita. È anche il modo migliore di ricordare Giovanni Antonio Sulas. Purtroppo non ci sarà più per sgridarvi di persona nei momenti in vi scoraggiate, o avete paura. Ma la sua vita e quello che ha fatto sono là a dimostrarvi che con la determinazione e il coraggio, anche i sogni più lontani e impossibili, inclusi Principi stranieri e riviste patinate di New York sono possibili, anche against all odds, contro tutte le probabilità.